I diritti sono stati le radici della mia vita.
All’inizio non ero che un alberello secco e spoglio, pronto
a cadere alla prima folata di vento. Nel mio Paese, l’Uganda, funzionava così.
Eravamo tutti ramoscelli privi di radici, destinati a crollare dopo una vita
vissuta senza diritti.
Del viaggio per arrivare in Italia ricordo poco, nonostante
avessi già nove anni. Chissà, forse la mia stessa anima ha voluto dimenticare.
Ricordo solo i morsi della sete e della fame, i lamenti
costanti che si levavano dalle persone, provate, e la puzza, quella puzza che
dopo qualche giorno si era attaccata sotto le narici, dando l’impressione di
non poter sparire più.
Durante quel viaggio, non avevo diritti. Avevo soltanto quel
pezzetto di carta sgualcita che mia madre mi aveva messo in mano, prima di
morire di stenti su quella barchetta. Il suo corpo fu semplicemente gettato in
mare, sotto lo sguardo impotente mio e di mio fratello Kamir.
Fu lui ad occuparsi di me, quando giungemmo in Italia.
Uomini pallidi, pallidi come la schiuma del mare -quel mare
che ci aveva portati fino a lì- distribuivano viveri e curavano i feriti.
Non comprendevo nulla della loro strana lingua; erano suoni
che mi solleticavano l’orecchio, versi privi di senso. Provarono a parlarmi, ma
io non capii. Mi limitai a stringere il braccio di Kamir.
Ci portarono tutti quanti in un grande edificio, con un
prato poco curato. L’edificio era già troppo pieno di altra gente, davvero
troppo perché ci fosse spazio anche per noi.
Quello fu il luogo dove cominciai a studiare per la prima
volta l’italiano e perfino un po’ di matematica.
Lì, dopo nove anni che nessuno si era occupato dell’identità
di una bambina, di una femmina… mi fu dato un nome.
Mi chiamarono Aldebaran, come la stella più brillante di una
costellazione, mi dissero.
Qualcuno, dopo tanto tempo, si stava prendendo cura delle
mie radici ed io nemmeno me ne accorgevo.
Vennero degli uomini quando ancora la lingua non la
conoscevo bene. Alti, profumati e ben vestiti. Scoprii che io e Kamir eravamo
troppo piccoli per essere lasciati lì, soli.
Quella fu la prima volta che sentii parlare di diritti.
“Diritti dei minori” dissero gli uomini che ci portarono in
un orfanotrofio. Era un edificio pulito e colorato come non ne avevo mai visti.
Lì trascorsi i successivi tre anni, giocando e studiando. Lì le mie radici
crebbero.
E, finalmente, nella mia vita apparve il primo bocciolo.
Quando gli altri bambini mi chiesero di che segno fossi
-ovvero, stando a quanto scoprii, in che periodo fossi nata e sotto quali
stelle- rispondevo che ero del Toro, nonostante non avessi la minima idea di
quale data avesse ospitato i miei primi vagiti. Perché io ero Aldebaran, la
stella più bella di Taurus.
Quando ebbi dodici anni, io e Kamir fummo adottati.
Regalai alla mia nuova mamma quel foglio sgualcito che mia
madre mi aveva lasciato prima di morire.
“C’è scritto amore” le dissi, conscia del fatto che era solo
grazie ai miei diritti se ero riuscita a leggere quegli unici simboli che mia
madre avesse mai saputo scrivere.
Studiai in Italia nonostante fossi femmina, nera, straniera:
non importava. Avevo diritti, radici che mi fecero crescere rigogliosa. Radici
nutrite, curate, aiutate.
Divenni medico, e Kamir insegnante.
Non so ancora chi ringraziare per aver curato le mie radici,
avermi fatta rinascere.
Sono certa che se ho avuto la possibilità di far crescere i
miei diritti, non è stato grazie a parole stampate, anche se stampate su quella
che si chiama Costituzione, ma grazie a tutti coloro che si sono preoccupati
per me.
Per la ragazzina ugandese senza nome arrivata clandestina in
Italia, che grazie al loro supporto è diventata la dottoressa Aldebaran
Rickesmur.
Sofia V., 3D