venerdì 6 dicembre 2024

A proposito dello studiare storia,

a proposito delle guerre intorno a noi


Mi colpisce la frase di questa poesia: 

“Non nominare le battaglie senza pensare ai morti”. 

Eh, sì…

Abbiamo perso questa battaglia.

L’Italia ha perso questa battaglia.

I soldati hanno perso questa battaglia.

No.

La questione non è perdere la battaglia, ma una cosa ben più importante: la vita.

E non possiamo dire noi abbiamo perso, l’Italia ha perso, e nemmeno i soldati hanno perso. 

Degli uomini - in ogni luogo ed in ogni epoca - hanno perso la vita durante le battaglie. 

E poi, che il loro esercito abbia vinto o perso, che importa? 

Magari c’erano dei bambini a casa ad aspettare il papà, che non sarebbe mai tornato.

Un vecchio soldato, la cui storia mi è stata raccontata tempo fa, si era nascosto

in un tombino. E lì il sangue arrivava a fiumi.

Non era vigliacco.

Ha guardato la morte in faccia, e per miracolo è sopravvissuto.


Quindi, non si pensi che la battaglia è stata vinta da questo o quello Stato.

Alla fine, ogni guerra finisce con il perdere. Tutti perdono. E in troppi perdono la vita.

Penso e immagino tutto questo.


Il bambino senza nome si voltò appena, poi riprese a correre. Gli uomini cattivi lo seguivano, continuando a sparare con degli orribili aggeggi che facevano “Boom” e uccidevano le persone. Aveva fame, era stanco e stava sudando tantissimo. Sentiva i capelli incollati alle tempie, ma sapeva di non potersi fermare. 

Arrivò ad una costruzione mezza crollata, entrò furtivo e si nascose sotto un cumulo di macerie dove gli uomini cattivi non avrebbero potuto vederlo. O almeno così sperava. Sentiva il battito del suo cuore impazzito ed il respiro frenetico che faceva così rumore che gli uomini cattivi avrebbero potuto scoprirlo. 

Si fece il più silenzioso possibile, quando un tonfo sordo gli fece male alle orecchie, seppe che gli uomini cattivi erano entrati. Ed ebbe paura. Ebbe paura che quegli uomini lo rendessero -come li aveva visti fare con molte altre persone- solo un piccolo corpo esanime pieno di schizzi rossi. Ebbe paura che non sarebbe sopravvissuto. Ebbe paura di tutto. Ma poi sentì dei suoni in una lingua che non conosceva, e gli uomini cattivi se ne andarono. Tirò un sospiro di sollievo. In realtà non conosceva proprio nessuna lingua. Era nato e rimasto da sempre in una stanza buia e affollata, sporca di sangue, sempre piena di cadaveri, in cui gli uomini cattivi ogni tanto buttavano altra gente, portavano via i morti e, se volevano, lasciavano così poco cibo e acqua che c'erano continuamente risse per accaparrarseli. 

Il bimbo si alzò tremando. Si accorse che, nella fuga, qualcosa l’aveva ferito alla testa. Sentiva qualcosa di caldo bagnargli la fronte. Strappò un pezzetto di tessuto dagli stracci che indossava, rubati al cadavere di un ragazzino. Non aveva mai parlato con nessuno, gli unici suoni che conosceva erano lamenti e urla, e quei fortissimi “Boom” che emettevano gli aggeggi con cui gli uomini cattivi uccidevano le persone. Premette il pezzo di tessuto sul capo. Si macchiò di rosso. Nonostante il dolore, mosse alcuni passi in avanti, ma poi cadde di nuovo a terra. Gli faceva male tutto, e decise di non muoversi da lì. Ripensò alla sua fuga, avvenuta quasi per caso, quella stessa mattina. Ripensò che, pur essendo sopravvissuto per miracolo in quella topaia, fuori non sarebbe certo sopravvissuto. Lacrime calde gli rigarono il volto, mentre deboli singhiozzi riecheggiavano nel silenzio. Non mangiava da giorni. Non aveva più energie. Non aveva nessuna possibilità.

I già deboli gemiti del bambino senza nome cessarono d’improvviso, lasciando il silenzio. Quando la guerra riportò, in quella tomba sacra, i suoi terribili rumori, il bambino senza nome se n’era già andato in un luogo migliore, lontano, dove non poteva più sentirli.

Sofia 3D








Post più recenti